Un anno fa il primo di agosto cominciavano le mie ferie forzate.
A distanza di un anno lo posso dire: a luglio avevo cambiato lavoro, sempre un contratto a progetto, di un mese, e ancora prima di firmare avevo chiesto se, posto che ci fosse la volontà di continuare la collaborazione, il nuovo contratto sarebbe cominciato ad agosto o a settembre. Mi era stato riposto che il nuovo contratto sarebbe cominciato subito dopo il primo (ho ancora le email a riguardo, lo posso dimostrare).
E invece alla fine di luglio mi era arrivata la sorpresa: no, non avrei comunque avuto un nuovo contratto a partire dal primo di agosto, ma forse a cominciare da settembre, sostenendo anche che ero stata chiaramente avvertita della cosa.
Se penso a quanto e come è cambiata la mia vita in un anno, o meglio, in sette mesi, quasi quasi non ci credo nemmeno io.
Non ho soltanto un contratto permanent e un discreto stipendio, ma anche 25 giorni di ferie all’anno, la pensione integrativa, 37,5 ore lavorative alla settimana (e difficilmente ne faccio di più), e posso anche sperare di ottenere qualcosa di meglio, col tempo.
E non ho cambiato lavoro rispetto a quello che facevo in Italia, né tantomeno lavoro di più o meglio: faccio le stesse cose con lo stesso impegno.
Credo che quello che è successo allora abbia contribuito alla decisione di andarsene, ma se allora mi sentivo arrabbiata e delusa, adesso mi sento dispiaciuta.
Dispiaciuta per la mia patria che ha tanto da dare, che ha creatività e ingegno, che sa fare tante cose molto meglio di quanto non le sappiano fare qui, eppure non è capace di sfruttare quelle potenzialità.